
All’epoca imparai a scrivere direttamente in bella per evitare di ricopiare i temi. Ero arrivato al limite di operare tagli violentissimi in fase di stesura finale, proprio per non dover riscrivere cose che avevo appena scritto. Affronto con stoicismo la messa in bella di un problema di turbomaquinas termicas, accompagnandola con la visione di “Caro diario”. Alla sesta pagina avverto anche io uno strano prurito ma posso autodiagnosticarmi l’origine nervosa, non ci sono dubbi. Quando devo scrivere in bella mi agito, divento irritabile, premo troppo sul foglio, quello si arriccia, sudo in fronte e mi sento cretino. Decisione drammatica di cui pentirsi alla terza pagina: scrivere tutto in stampatello. Lo stampatello richiede un esercizio di attenzione ancora più complicato, per me gli spazi tra le lettere e quelli tra le parole avrebbero una lunghezza aleatoria e il tutto finisce col sembrare un gioco della settimana enigmistica tipo “trova l’esercizio nascosto in questo schema di lettere (non ci sono parole sulle diagonali)”.
Il mio nuovo coinquilino: dopo esserci liberati di Tom, che per chi non lo sapesse si è reso famoso per non capire niente di spagnolo dopo mesi a Madrid, nonchè per aver tirato il microonde dalla finestra la notte di capodanno, abbiamo imbarcato Vincent. Vincent: Vincent fa parte della nutrita schiera di ultraventenni europei che hanno un argomento di conversazione principale (e ineludibile): la capitale in cui hanno vissuto l’anno precedente e quella in cui vogliono trasferirsi l’anno successivo. Una delle due è sicuramente Londra, Dublino è al 35% di probabilità, Berlino è in crescita, Parigi c’è, ma di solito finisci ad ascoltare che la citta è bellissima ma i parigini insopportabili. Pare che Vincent abbia già deciso che esattamente fra un anno, Madrid non nasconderà più sorprese nè stimoli. Una città da buttare. Non capisco, ma non lo considero un problema.
Ora, colazione tardiva (la mia preferita) e ancora programmazione. Che non va ricopiata in bella.
meno 90 (circa)
Tutto ok
Marzo 25, 2008

Yo soy tu padre, Téléphone maison.
Marzo 25, 2008

La Spagna non è un paese di doppiatori. Chiaro. Ci sono scene che piegano il carattere alla stessa maniera di un trauma infantile. Io ho preso E.T. intramuscolo, specialmente durante le convalescenze della mia infanzia. Quando ho la febbre mi ossessiono con qualcosa. A Natale è stata l’ambientazione da rivoluzione industriale di una pessima versione cinematografica di Oliver Twist, a Pasqua i funghi (notata la corrispondenza feste-febbre? Già). Non c’è da stupirsi, quindi, se E.T. è entrato nel mio immaginario per restarci, è una delle suggestioni che ormai inconsciamente si accavallano quando interpreto qualcosa. Ora però sono un pò confuso; dunque, la mia scena preferita (oltre al volo in BMX, sogno al limite dell’erotico quando avevo pochi anni) è quella della partenza di E.T.. Vedendo il film in versione originale mi sono reso conto per la prima volta che la voce di E.T. non è quella a cui sono abituato io (e l’acqua può anche essere calda!). Lo shock, lo stordimento, sono conseguenza delle prime lacrime versate sul film, arrivate alla veneranda età di 23 anni e che solo la versione originale è riuscita ad innescare: “I’ll be right here” è diverso rispetto a “Io sarò sempre qui”.
Sarà l’acqua che è passata sotto ai miei ponti in questi anni, la gente andata e la gente venuta, sarà l’emozione di sentire la vera voce di E.T. ma tant’è, insegnamento numero zero dell’erasmus è che la versione originale di un film vale tra le 1,5 e le 100 volte più di una qualsiasi versione doppiata, e attenti alle cataratte.
P.S. Téléphone maison? Ma per cortesia, dai! Ridicoli!


